Il crepuscolo degli chef
Pubblicato il

Il libro di Davide Paolini tra crisi e boom mediatico
L’oggetto è il nostro rapporto con il cibo e la conclusione non poteva essere altro che “siamo malati”. Uno stato di crisi dell’industria del cibo, a dispetto del boom mediatico che ha dato origine anche al titolo del libro: “Il crepuscolo degli chef”. Ma Paolini ha due grandi meriti in questa sua narrazione, prima di tutto ci ricorda che il rapporto tra televisione e cibo non è stato sempre questo e che ben prima di Masterchef sulla RAI c’erano personaggi come Ave Ninchi (“Colazione allo Studio 7” negli anni ’70) Un programma “semplice, poco spettacolare (…) in grado di educare sopratutto sulle materie prime, sulla loro provenienza e sulle culture locali”. Insomma c’era anche allora la sfida tra due concorrenti ma era una scusa per parare di altro non il senso del programma. E poi in tv di cibo si occupavano i grandi del cinema e della letteratura, Mario Soldati realizzò uno straordinario “Viaggio lungo la valle del Po, alla ricerca dei cibi genuini”. Quelli della mia età questi programmi se li ricorderanno, i più giovani potrebbero fare una ricerca e se ne avessero voglia fare un confronto con quello che vediamo oggi. L’altro grande merito del libro di Paolini è nei numeri e nelle statistiche. Il quadro che ne emerge è quello di un settore che va dalla ristorazione alla produzione agroalimentare in grave crisi. Tra chiusure e aperture di esercizi pubblici il saldo è negativo ormai da anni e in otto anni i consumi alimentari sono calati del 6,4%. Si salva la qualità? Non sembrerebbe a leggere i dati del Crepuscolo degli chef. I prodotti Dop, Igp, Stg ovvero “il gotha della qualità del made in Italy” ha subito una calo di vendite del 2,7% e anche peggio va al vino che in un anno (2014 su 2013) ha perso il 3% delle vendite e addirittura il 4,5% per quello da tavola. “Una macroscopica schizofrenia tra realtà fatturale (calo dei consumi e chiusura dei negozi) e realtà virtuale (sovraesposizione mediatica del cibo)”, questa l’amara conclusione di Paolini, che si conferma uno dei più lucidi e attenti osservatori del pianeta cibo.
L’oggetto è il nostro rapporto con il cibo e la conclusione non poteva essere altro che “siamo malati”. Uno stato di crisi dell’industria del cibo, a dispetto del boom mediatico che ha dato origine anche al titolo del libro: “Il crepuscolo degli chef”. Ma Paolini ha due grandi meriti in questa sua narrazione, prima di tutto ci ricorda che il rapporto tra televisione e cibo non è stato sempre questo e che ben prima di Masterchef sulla RAI c’erano personaggi come Ave Ninchi (“Colazione allo Studio 7” negli anni ’70) Un programma “semplice, poco spettacolare (…) in grado di educare sopratutto sulle materie prime, sulla loro provenienza e sulle culture locali”. Insomma c’era anche allora la sfida tra due concorrenti ma era una scusa per parare di altro non il senso del programma. E poi in tv di cibo si occupavano i grandi del cinema e della letteratura, Mario Soldati realizzò uno straordinario “Viaggio lungo la valle del Po, alla ricerca dei cibi genuini”. Quelli della mia età questi programmi se li ricorderanno, i più giovani potrebbero fare una ricerca e se ne avessero voglia fare un confronto con quello che vediamo oggi. L’altro grande merito del libro di Paolini è nei numeri e nelle statistiche. Il quadro che ne emerge è quello di un settore che va dalla ristorazione alla produzione agroalimentare in grave crisi. Tra chiusure e aperture di esercizi pubblici il saldo è negativo ormai da anni e in otto anni i consumi alimentari sono calati del 6,4%. Si salva la qualità? Non sembrerebbe a leggere i dati del Crepuscolo degli chef. I prodotti Dop, Igp, Stg ovvero “il gotha della qualità del made in Italy” ha subito una calo di vendite del 2,7% e anche peggio va al vino che in un anno (2014 su 2013) ha perso il 3% delle vendite e addirittura il 4,5% per quello da tavola. “Una macroscopica schizofrenia tra realtà fatturale (calo dei consumi e chiusura dei negozi) e realtà virtuale (sovraesposizione mediatica del cibo)”, questa l’amara conclusione di Paolini, che si conferma uno dei più lucidi e attenti osservatori del pianeta cibo.





