Un’utopia fatta a mano

La terra è voglia di salvarsi, anche se laicissima e faticosa. Dal Valdarno, con l’azienda agricola Paterna, una bella storia di accoglienza
Moreno arrivò a Paterna nella primavera del ’78, una luminosa mattina di aprile, o maggio, accompagnato da due operatori del Servizio d’Igiene Mentale: arrivò alla casa colonica sudato e bestemmiando perché il pulman – uno dei grossi torpedoni celesti che ancora riempivano l’antica Cassia Vetus per portare ogni mattina centinaia di donne dal Valdarno alle fabbriche di Gelli e Lebole a Castiglion Fibocchi – li aveva lasciati su alla strada asfalto e i cinquecento metri fino al podere erano sterrato faticoso, una stradella tenuta un po’ così e poi quella gamba storta, come diceva lui, lascito della polio in età da ragazzo. Questo primo impatto non gli piacque, e per di più per fare cosa, per fare il contadino,…poro i’ sale che mi salò! Bestemmiava in modo convincente e colorito e voleva tornare via, a casa, quei primi giorni.
E invece rimase per quarant’anni e più, e anche Paterna è sempre lì, 8 ha di sangiovese e più di 2.000 piante di olivo.
Moreno aveva allora 25 anni e una storia già lunga di scuole differenziali, Istituti e infine Ospedale Psichiatrico, ad Arezzo; quante storie ci ha raccontato quando cominciò ad aprirsi e ad avere fiducia: i malati legati al letto, la camicia di forza, le medicine, le suore – poi era arrivato Pirella e con quanta devozione faceva questo nome, il professore che aveva smantellato il manicomio e replicato nel nostro territorio l’incredibile rivoluzione avviata da Basaglia. Pirella e Basaglia, i due mediatori visionari che resero possibile l’avventura di Moreno a Paterna, congiungendo due istanze che non avrebbero saputo incontrarsi senza la loro lucidità tecnica e politica. E noi, un gruppetto di giovanotti della provincia valdarnese, addirittura più giovani di Moreno, tutti studenti senza arte né parte, poco sapevamo di agricoltura ed ancora meno di “agricoltura sociale”, di vino, di cibo, di produzioni naturali.
Finiti i movimenti e le rivolte, eravamo lì sulle colline davanti a quella provincia ricca e casalinga che si adagia tra Arezzo e Firenze e che stava rimuovendo la storia lunghissima e ordinata della mezzadria toscana per abbracciare con foga un ventennio artigianale e produttivo – anche se mai pienamente industriale: il declino dell’economia poderale procedeva di pari passo coi tempi veloci del treno, dell’autostrada e delle fabbrichette del fondovalle; il pendolarismo di un popolo di contadini – ora manovali – s’accompagnava al silenzio dell’abbandono, nuovo per queste campagne e al brulichio di imprese nei sottoscala e nei capannoni della città diffusa: scarpe, arredi, maglie, vestiti, borse e tanta edilizia, veloce e invasiva.
E tanto lavoro in nero.
Nel breve volgere di un decennio, si compì la scomparsa di un mondo (le lucciole di Pasolini…). Ricette, piatti, ricorrenze, modi di dire, conservazione dei semi, delle razze e delle varietà – un mondo sostituito dall’abbandono o dalla meccanizzazione, dai diserbi, dalle sementi industriali, dal precotto e dal confezionato, da omologazione e ottimismo, salvo poi qualche anno più tardi ricercare motivi e ragioni della scomparsa nella pubblicità, nelle fiere, nei prodotti tipici, nelle chiacchiere di qualche chef o spadellatore televisivo. A noi, in quegli anni lì, in quel mondo indeciso tra vitalità e contraddizioni, crescita e tradizioni, modernità e lavoro in nero, la scelta della comunità agricola e del podere, del ritorno alla terra parve una delle alternative praticabili. Dopo le stragi di Stato e l’India, l’eroina e gli indiani metropolitani, la terra era la spiaggia dove approdare, dimenticare Adorno, Ginsberg e Pazienza e sostituirli con manuali sull’allevamento di capre, la fisiologia delle piante, il pecorino zen, i lombrichi e le api.
Perché, alla fine, ci piacevano le scommesse e l’impegno, ci piaceva dire “noi” invece di “io”, dare la disponibilità, prenderci cura - forse proprio perché stava arrivando la stagione delle fughe, del cinismo, della superficialità. La democrazia del narcisismo. Fu in questo disordine che iniziò l’avventura di Moreno a Paterna, probabilmente l’inserimento più duraturo d’Italia: quarant’anni e più, ogni volta rinnovando una convenzione di “inclusione socio - lavorativa” che pareva non avere fine e che irritava i funzionari perché la cosa non rientrava nella casistica e nella terminologia ufficiale: davvero brutta l’esperienza con quella burocrazia, e così umiliante per la Toscana progressista.
In questi quarant’anni, Moreno invece è stato bravissimo: quasi nessuna assenza, capacità d’imparare i lavori più adatti e di partecipare alle difficoltà private e aziendali, sempre presente ogni mattina, col primo pacchetto di Ms già a metà verso le dieci e altri due per scorta nel taschino. E il rispetto delle mansioni, ripetitive ma educative: accendere il fuoco d’inverno, governare gli animali, controllare fossi e scoli, prendere la posta, annaffiare l’orto, preparare il caffè per tutti e soprattutto pulire la cucina, la mensa, per il momento più importante della giornata: mangiare insieme, apprezzare le cose buone, maledire quelle cattive, ridere e berci sopra un bicchiere di vino. Quello rosso, Chianti, naturalmente. La presenza e la compagnia di Moreno favorì il dibattito nell’azienda e via via la conoscenza sulle questioni dell’agricoltura sociale, discutendone fra di noi, leggendo quel poco che allora si pubblicava, visitando altre esperienze a giro per la Toscana. Così, negli anni successivi, questa disponibilità all’accoglienza ebbe modo di continuare e strutturarsi, in un primo tempo verso giovani con problemi di dipendenze e poi come situazione ospitale per varie fragilità: migranti, difficoltà familiari, necessità di alloggio protetto. Fino ad un’evoluzione quasi professionale, ricercando collaborazione con Comuni e cooperazione sociale dell’area, ospitando in azienda per mesi – per anni – decine di utenti (tutti badati e ribattezzati da Moreno, in virtù della sua anzianità) coinvolti in corsi di formazione, work esperiences e tirocini: storie non sempre facili e anzi a volte portatrici di amarezze e delusioni, ma che tuttavia nei decenni hanno confermato l’importanza di un luogo di terra libero per quanto possibile, laico e appassionato, dove sperimentare le alternative che hanno continuato a girare in molte teste: l’autogestione del lavoro, la trasparenza dei processi produttivi, il prendersi cura delle fragilità, il rispetto per la complessità del rapporto tra uomo e natura, la centralità del cibo: mangiare è un atto agricolo. Il luogo della terra che rigenera, che restituisce senso, ordine e comprensibilità, lungo una vigna, governando gli animali, gestendo la fatica, accudendo semi e piantine. Agricoltura civica, agricoltura di comunità. L’agricoltura è relazione, fruizione della materialità, politica del cibo e in quanto tale o liberazione o fascismo. Dietro un litro d’olio c’è condimento e sapore, digeribilità, disponibilità di antiossidanti; ci sono quindi salute e gusto, piacere del mangiare, competenze e paesaggio. E’ un bene collettivo, è capitale democratico, è bellezza. E dietro la bottiglia di vino c’è la ricerca di una tecnica contemporanea e rispettosa del vivente, senza chimica nei campi, né artifici in cantina. Sperare che piova nel modo giusto, imparare dai vecchi contadini, anche perdonando i loro errori. Ma c’è anche - per le persone della crisi, del carcere, delle dipendenze - la buona fatica, la riscoperta della normalità, l’imparare un mestiere. Darsi obiettivi e provare a rispettare gli impegni: così la fragilità può diventare, tra le piante e gli animali differenza da rispettare, ristrutturazione della propria fisicità, lavoro che produce dignità. Buono due volte.
Poi, il tempo è passato e la maggior parte delle domande sono rimaste con scarse risposte. Ma si rifarebbe tutto, probabilmente. La terra è voglia di salvarsi, anche se laicissima e faticosa. Comunque, contraria alla noia e alla paranoia e stando bene attenti che non divenga un’isola felice, un rito, una scorciatoia rassicurante con qualche tinteggiatura neopagana e new age.
Moreno è stato contento per questi quarant’anni: s’è lavorato il giusto, s’è mangiato insieme la roba dell’orto, le uova e i salami, s’è rimesso a posto dopo il desinare e – quando faceva freddo – s’è acceso il fuoco.
Pazienti e non eroici, un’utopia fatta a mano.





