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Elogio della porchetta

Pubblicato il
14 Settembre 2019
Maurizio Izzo
DI Maurizio Izzo

Come deve essere per essere buona.

Allo stadio, alle feste di partito, alle sagre, per strada, la porchetta è ovunque e l’abbiamo mangiata mille volte. Ora però chiudete gli occhi, sciacquatevi la bocca e allontanate il pensiero di quel pezzo di carne secca, dura, zeppa di pepe e di aglio rancido. Si perché per quanto oscurati dalla fame questo è quello che abbiamo mangiato per anni. Ora, con la mente e il palato sgombri avvicinatevi a una porchetta vera, quella che a Monte San Savino fanno da secoli e scoprite la differenza. Qui è una tradizione che si perde nella notte dei tempi, nella piccola chiesa sulla piazza c’è un dipinto che raffigura Sant’Antonio Abate con ai piedi un maiale, e non è un maiale qualsiasi è di cinta, la striscia bianca si vede chiaramente. E’ stato dipinto nel 1500.

Aldo e Giorgio, padre e figlio, portano avanti una tradizione che non ha segreti perché nella porchetta di segreti ce ne sono pochi. Suini allevati allo stato brado, la cottura in forno a legna per otto ore e per ripieno sale, finocchio e il fegato dell’animale. E’ l’insieme di queste cose che rende questo piatto semplice e straordinario. Ma come sempre è un insieme di cose che richiede cura del territorio, amore per il proprio lavoro e tanta passione. 

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo, giornalista, figlio di un cuoco e padre di un cuoco. Mi sono salvato dalle cucine ma non dalla passione per il cibo. Che mi piace anche raccontare.

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