Elogio della porchetta

Come deve essere per essere buona.
Allo stadio, alle feste di partito, alle sagre, per strada, la porchetta è ovunque e l’abbiamo mangiata mille volte. Ora però chiudete gli occhi, sciacquatevi la bocca e allontanate il pensiero di quel pezzo di carne secca, dura, zeppa di pepe e di aglio rancido. Si perché per quanto oscurati dalla fame questo è quello che abbiamo mangiato per anni. Ora, con la mente e il palato sgombri avvicinatevi a una porchetta vera, quella che a Monte San Savino fanno da secoli e scoprite la differenza. Qui è una tradizione che si perde nella notte dei tempi, nella piccola chiesa sulla piazza c’è un dipinto che raffigura Sant’Antonio Abate con ai piedi un maiale, e non è un maiale qualsiasi è di cinta, la striscia bianca si vede chiaramente. E’ stato dipinto nel 1500.
Aldo e Giorgio, padre e figlio, portano avanti una tradizione che non ha segreti perché nella porchetta di segreti ce ne sono pochi. Suini allevati allo stato brado, la cottura in forno a legna per otto ore e per ripieno sale, finocchio e il fegato dell’animale. E’ l’insieme di queste cose che rende questo piatto semplice e straordinario. Ma come sempre è un insieme di cose che richiede cura del territorio, amore per il proprio lavoro e tanta passione.





