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Il costo nascosto della pesca a strascico nei mari europei

Pubblicato il
23 Giugno 2026
Luca Aterini
DI Luca Aterini

Gli impatti sono 90 volte superiori ai profitti: solo quelli della CO2 pesano oltre 16 miliardi di euro l’anno 

La pesca a strascico nei mari europei produce profitti per l’industria, ma scarica sulla società costi ambientali, climatici ed economici enormemente superiori. Secondo un nuovo studio dedicato al valore economico complessivo di questa pratica, i costi netti per la collettività arrivano fino a 16,15 miliardi di euro l’anno, a fronte di appena 180 milioni di euro di profitti per la flotta: un rapporto di circa 90 a 1.

La ricerca ha analizzato l’attività di oltre 4.900 pescherecci a strascico battenti bandiera europea, che insieme trascorrono in media più di 5,5 milioni di ore l’anno nelle acque dell’Unione europea, del Regno Unito, della Norvegia e dell’Islanda. Il risultato è netto: lo strascico non è solo una pressione devastante sui fondali e sulla biodiversità marina, ma anche un modello economicamente inefficiente se valutato includendo i costi che genera per clima, ecosistemi e finanze pubbliche.

Tra le voci più pesanti ci sono le emissioni di CO2. La pesca a strascico, trascinando reti e attrezzi pesanti sul fondale, risospende sedimenti che custodiscono carbonio accumulato per secoli, contribuendo così al rilascio di gas climalteranti in atmosfera. Lo studio calcola che lo strascico di fondo possa essere responsabile dell’immissione in atmosfera fino a 370 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, di cui 112 milioni riconducibili all’area europea studiata. A questi impatti si sommano le emissioni dirette legate al consumo di carburante.

«Il nostro studio rende chiaro che la pesca a strascico nei mari europei non è solo un disastro ambientale, è un fallimento economico», afferma il professor Enric Sala, National Geographic Explorer. Per Sala, la riduzione dello strascico in Europa è necessaria per liberare benefici sociali oggi soffocati da una pratica distruttiva, ma il primo passo dovrebbe essere il divieto nelle aree marine protette.

Il paradosso è proprio qui: lo studio calcola che il 23% dello sforzo di pesca a strascico del continente, misurato in ore di attività, avvenga all’interno di aree marine protette. La quota varia da Paese a Paese, ma in alcune zone economiche esclusive europee supera un quarto dello sforzo annuale di pesca. Una contraddizione evidente, perché queste aree dovrebbero servire a salvaguardare ecosistemi, habitat e specie, non a essere percorse da attrezzi che raschiano il fondale.

Gli autori ricordano che nella regione studiata sono presenti circa 6mila aree marine protette, per una superficie complessiva di 900mila chilometri quadrati. Ma lo strascico al loro interno indebolisce la funzione stessa delle riserve marine, anche rispetto alla capacità di ricostituire popolazioni ittiche fuori dai confini delle aree protette. Dove la pesca a strascico continua a operare, il mare perde habitat, complessità ecologica e capacità di rigenerazione.

«Non tutto ciò che è grande è negativo, né tutto ciò che è piccolo è bello, ma dove ci sono prove chiare che i costi economici e/o ambientali degli attrezzi mobili da pesca su larga scala superano qualsiasi beneficio sociale derivante dal prelievo della risorsa, allora è giusto trovare alternative e dismettere progressivamente queste attività», osserva Jerry Percy, senior advisor di Low Impact Fishers of Europe. «I pescatori su piccola scala in Europa, al contrario, dimostrano ogni giorno che possiamo nutrire le comunità pescando in modo sostenibile».

Lo studio confronta benefici e costi dello strascico. Tra i benefici vengono considerati ricavi della pesca, apporto proteico e occupazione. Tra i costi rientrano carburante e lavoro, scarti di pesca, sussidi pubblici ed emissioni di carbonio. Il risultato è che, mentre per l’industria il saldo netto resta positivo, per la società diventa fortemente negativo, in un intervallo compreso tra 2,25 e 16,15 miliardi di euro l’anno, a seconda del valore attribuito al costo sociale della CO2.

«Gli attrezzi da pesca a strascico raschiano il fondale marino, rilasciando carbonio che è stato immagazzinato nel letto dell’oceano per secoli», spiega Kat Millage, ricercatrice marina di National Geographic Pristine Seas e prima autrice dello studio. «È chiaro che l’entità delle emissioni dovute allo strascico è sostanziale».

Oltre al clima, c’è il costo della distruzione biologica. Fino al 75% della vita marina catturata dalle reti a strascico può morire ed essere rigettata in mare, per un valore stimato in 220 milioni di euro l’anno. Tra gli animali scartati figurano giovani pesci, specie di basso valore commerciale, squali bentonici come gattucci e spinaroli, razze e altri organismi, incluse specie minacciate. Il danno complessivo prodotto dalla rimozione di così tante specie dagli ecosistemi non è ancora pienamente compreso, ma è verosimilmente molto elevato. Eppure a sostenere questa pratica intervengono anche risorse pubbliche: i governi europei spendono circa 1,17 miliardi di euro l’anno in sussidi alla pesca a strascico, anche per compensare il prezzo del carburante e altri costi, in nome della sicurezza alimentare e dell’occupazione. Ma proprio questi fondi, osservano i ricercatori, potrebbero essere reindirizzati per accompagnare il settore verso pratiche meno dannose.

«Porre fine alla pesca a strascico nelle aree marine protette europee è essenziale per risparmiare miliardi di costi pubblici», conclude Sala. «Questa scelta farà risparmiare denaro ai contribuenti, proteggerà la vita marina, rafforzerà l’industria della pesca e ci aiuterà a ridurre il riscaldamento globale».

Luca Aterini

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.

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