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Il pesce allevato è sostenibile?

Pubblicato il
27 Maggio 2026
Maurizio Izzo
DI Maurizio Izzo

Il 50% di quello che mangiamo vive in gabbia e gli effetti si vedono

Lo sviluppo dell’acquacoltura, il pesce d’allevamento, suscita ancora molti dubbi sul tema della sostenibilità; eppure, è nata proprio come alternativa alla pesca eccessiva che sta depauperando i mari di tutto il mondo. Cominciamo a dire che a rischio non è tanto il nostro spaghetto alle vongole ma il pesce come alimento primario e principale fonte di proteine per tre miliardi di persone. Il problema è che il mare ha i suoi tempi di rigenerazione e questi ritmi di prelievo, le tecniche sempre più invasive hanno finito per mettere a rischio proprio la fauna marina. Secondo i report della FAO un terzo degli stock ittici a livello mondiale risulta eccessivamente sfruttato, nel Mar Mediterraneo la percentuale di specie a rischio è addirittura del 03%. Sotto accusa in particolare le tecniche come quella della pesca a strascico che consentono la cattura di enormi quantità di pesce ma che contemporaneamente devasta l’ambiente marino. Alla luce di tutto questo l’acquacoltura è sembrata la soluzione migliore ma abbiamo visto presto che non è così, o meglio, non sempre, dipende dal tipo di allevamento. Anche in questo caso la parola chiave è intensiva. Se per allevamento si intende tenere migliaia di pesci in enormi gabbie in mezzo al mare l’impatto che queste avranno sull’ecosistema sarà disastroso. Bisogna infatti considerare che quel pesce andrà alimentato in maniera artificiale, tra l’altro consumando grandi quantità di altro pesce oppure con farine ma molto spesso anche con l’utilizzo di farmaci come gli antibiotici per prevenire o curare malattie che sono l’effetto di quel tipo di costrizione. Ovviamente esistono alternative come gli impianti estensivi in cui il minor numero di esemplari consente loro di alimentarsi in maniera naturale. Minor impatto non vuol dire impatto zero ma certo rappresenta un passo avanti. Ma come facciamo a sapere da dove viene il nostro pesce? Non è così facile e soprattutto al ristorante le informazioni non sono sempre chiare come dovrebbero (ne parleremo approfonditamente nel prossimo numero della rivista Gola Gioconda in uscita nel mese di giugno). Ci sono le certificazioni, a livello italiano quella riconosciuta dal  Ministero dell’agricoltura della sovranità alimentare e delle foreste è “Acquacoltura Sostenibile” (www.hellofish.it ), Questo marchio consiste in un’etichettatura conferita ai prodotti che soddisfano i requisiti definiti dal relativo disciplinare e attesta quindi la tracciabilità, la qualità dei pesci e dei molluschi allevati così come il rilievo etico grazie al rispetto delle performance ambientali e sociali da parte delle aziende della filiera. A livello europeo in Italia è riconosciuta la certificazione SQNZ (Sistema di Qualità Nazionale Zootecnia, mentre “Acquacoltura biologica e ASC (Aquaculture Stewardship Council) garantiscono un uso responsabile delle risorse e il rispetto del benessere animale.

Greenpeace che è molto critica verso l’acquacoltura ha fatto un decalogo su quali sono le tecniche meno invasive e come riconoscerle e soprattutto quali pesci scegliere per non essere responsabili della distruzione dei nostri mari.

https://www.greenpeace.org/italy/storia/29691/pesci-sostenibili/#pesceallevamento

Anche Slow Food fa una guida al pesce più sostenibile. 

https://www.slowfood.it/wp-content/uploads/2014/09/Mangiamoli_Giusti_no_abb.pdf

Ce ne sono a sufficienza per gustare “il sapore del mare”. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo, giornalista, figlio di un cuoco e padre di un cuoco. Mi sono salvato dalle cucine ma non dalla passione per il cibo. Che mi piace anche raccontare.

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