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La fragilità delle cose buone

Pubblicato il
29 Luglio 2026
Maurizio Izzo
DI Maurizio Izzo

La storia della Cinta Senese davanti al rischio di perderla per sempre 

Un contadino porta un maiale al guinzaglio verso il mercato cittadino, un suino nero ma con una fascia bianca intorno al collo. A vederlo e rappresentarlo in un affresco è un pittore, Ambrogio Lorenzetti, che ne farà un elemento di quel suo “Buon Governo” ancora ammirabile nel Palazzo Pubblico di Siena. Era il 1300 e quello rappresentato è un suino di razza Cinta Senese. 

Cinquemila capi diffusi nei boschi soprattutto della provincia senese, 67 le aziende certificate che secondo un rigido disciplinare allevano questa antica razza di suino allo stato semibrado. Le regole sono così stringenti da stabilire quanti animali possono convivere nello stesso spazio pur trattandosi di ampi spazi aperti. Una razza rustica, adatta alla vita all’aperto, profondamente legata al paesaggio toscano come ci racconta l’affresco senese.

Oggi la Cinta Senese rappresenta un patrimonio genetico tutelato ma anche un valore economico grazie a una filiera produttiva a marchio DOP che genera un fatturato complessivo di circa 5,5 milioni l’anno. Tutto questo è a rischio a causa della diffusione delle peste suina. Non è la prima volta che questa epidemia, che colpisce esclusivamente i maiali e i cinghiali, arriva in Italia. Non si trasmette all’uomo né per contatto, né consumando carne di maiale o salumi contaminati dal virus. 

Il virus viene dall’Africa dove da sempre conviveva senza conseguenze per i suinidi locali tra cui il fagocero ma quando i coloni olandesi introducono il maiale di origine europea si scopre per questa razza il virus è letale. Sarà uno scienziato inglese a fare la scoperta nel 1921 e a dare il nome di peste suina africana all’epidemia che da lì a poco si sarebbe estesa in tutto il mondo. In Europa arriva in tre ondate, la prima, non a caso attraverso il Portogallo negli anni ’50 e colpirà pesantemente anche la Spagna. Poi alla fine degli anni ’70 quando toccherà alla Sardegna (da cui è stata eradicata solo di recente grazie a rigidi piani di controllo) e infine quella attuale che persiste dal 2022 con i primi casi registrati in Piemonte e Liguria. Non esistono vaccini né cure, la diffusione del virus è rapida e l’animale infettato muore nel 95% dei casi nel giro di pochi giorni. Un virus che si diffonde velocemente non solo attraverso il movimento e il contatto tra maiali e cinghiali ma anche con la trasmissione indiretta, quella legata allo spostamento di escursionisti, cacciatori, raccoglitori di funghi che possono involontariamente trasportare il virus tramite scarpe o veicoli contaminati. È quello che è probabilmente successo in Toscana dove a poche settimane dall’individuazione di un ceppo nella provincia di Massa alcuni maiali sono stati rilevati positivo nel pistoiese. A tutto questo, a oggi, si può rispondere solo con l’abbattimento non solo dei capi infetti ma di tutti i maiali presenti nella struttura, si chiama depopolazione radicale e dal 2022 a oggi ha già portato all’abbattimento di oltre 120.000 capi mentre il commissario nazionale per la lotta alla PSA (peste suina africana) stima si debbano abbattere entro il 2028 quasi mezzo milione di cinghiali. In questa battaglia a farne le spese potrebbe essere proprio la cinta senese, più vulnerabile perché vivendo allo stato brado può più facilmente essere contagiata. L’allarme per la razza è diventato critico con la diffusione dell’epidemia che dalla Lunigiana è arrivata nel pistoiese a ridosso delle aree storiche di pascolo della cinta senese. I primi casi hanno coinvolto alcuni allevamenti in provincia di Pistoia e in quella di Siena con conseguenti abbattimenti e restrizioni delle movimentazioni. L’appello lanciato dal Consorzio di Tutela della Cinta Senese DOP non lascia spazio a dubbi “a rischio un patrimonio genetico costruito in decenni”. Trattandosi infatti di una razza limitata e localizzata l’applicazione rigorosa del procedimento di abbattimento totale di un allevamento anche in presenza di un solo caso potrebbe cancellare per sempre linee genetiche uniche e insostituibili della biodiversità italiana. 

Non è la prima volta che la Cinta Senese rischia l’estinzione era già successo alla fine degli anni ’50 quando l’introduzione delle razze industriali inglesi e danesi (la Large White) più rapide nella crescita, più prolifiche e soprattutto adatte a quegli allevamenti intensivi che presto si diffonderanno anche in Italia, aveva indotto gli allevatori toscani all’abbandono della cinta senese. Ne rimanevano pochi esemplari poi grazie a programmi pubblici della Regione Toscana e alla collaborazione con le Università di Firenze e Siena viene avviato un piano di ripopolamento. Il tentativo ha successo tanto che nel 2012 la Commissione Europea assegna alla carne di cinta senese il marchio di Denominazione di Origine Protetta. È il riconoscimento che segna la svolta definitiva e il successo della razza e del marchio, perché la qualità di queste carni, proprio grazie allo stile di vita e all’alimentazione, non ha uguali sia per la carne che per i prodotti trasformati.

Ora per il maiale con il collare una nova sfida ma i mezzi per vincerla sono pochi. Il commissario straordinario da poco nominato seguirà le indicazioni del suo collega nazionale intimando gli abbattimenti ogni qualvolta si registra un caso, potrà poi limitare gli accessi, anche alle persone, alle zone limitrofe agli allevamenti ma poco altro. Gli allevatori chiedono sostegno, anche economico, per proteggere gli allevamenti ma pensare di recintare decine se non centinaia di ettari di boschi è oggettivamente impossibile. Resta come estrema ratio e proprio per non perdere il patrimonio genetico della razza la scelta di costruire delle aree protette, delle isole dove allevare pochi capi per proteggerli dalla possibile estinzione. Il presidente della Regione Toscana aveva indicato l’isola di Pianosa ma la proposta è stata bocciata da tecnici e ambientalisti perché in contrasto con gli sforzi che su quell’isola si sono fatti negli anni per recuperare la biodiversità originaria.

È ovvio che se si arrivasse a questo punto il danno economico per l’intera filiera sarebbe gravissimo insieme a un paradosso, mentre ormai è a tutti noto l’enorme imbatto ambientale provocato dagli allevamenti intensivi per non parlare delle disastrose condizioni di vita degli animali a sparire sarebbero quelli che vivono meglio, all’aperto, alimentati in modo sano e sostenibile. Una ricchezza che si scopre fragile. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo, giornalista, figlio di un cuoco e padre di un cuoco. Mi sono salvato dalle cucine ma non dalla passione per il cibo. Che mi piace anche raccontare.

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