Stop agli allevamenti intensivi: in Italia l’80% della carne consumata viene ancora da lì

In Italia, il modello degli allevamenti intensivi mostra ormai tutti i suoi limiti.
Negli ultimi vent’anni il numero complessivo degli allevamenti è diminuito, ma quelli rimasti sono diventati sempre più grandi e concentrati, controllando risorse economiche e ambientali in poche mani. Oggi l’80% della carne consumata nel Paese proviene proprio da queste strutture, che ogni anno allevano circa 700 milioni di animali, spesso in condizioni che ignorano completamente le loro esigenze etologiche. Stress cronico, malattie, lesioni e mutilazioni evitabili sono all’ordine del giorno, con conseguenze non solo sul benessere animale ma anche sulla salute umana, aumentando il rischio di diffusione di virus e batteri.
Un altro problema strettamente legato al modello intensivo è l’uso massiccio di antibiotici. L’Italia è il secondo Paese europeo per consumo veterinario, con cifre più che doppie rispetto alla media dell’UE. Secondo l’Ecdc, le infezioni resistenti agli antibiotici provocano circa 35.000 morti all’anno in Europa, di cui 12.000 solo in Italia. Le conseguenze si ripercuotono dunque anche sulla salute pubblica, evidenziando l’urgenza di ripensare l’intero sistema produttivo.
I danni non si limitano agli animali o alla salute, anche l’impatto ambientale degli allevamenti intensivi è enorme. Circa il 75% delle emissioni di ammoniaca in Italia proviene da questo settore, contribuendo alla formazione di PM2,5, le polveri sottili responsabili di decine di migliaia di morti premature ogni anno. Anche il suolo e le acque ne risentono, le deiezioni animali rilasciano circa 700.000 tonnellate di azoto l’anno, che spesso superano la capacità dei terreni di assorbirle, infiltrandosi nelle falde acquifere e contaminando fiumi, mari ed ecosistemi acquatici.
C’è infine il piano economico, sul quale il sistema mostra profonde ingiustizie. L’80% dei fondi della Politica Agricola Comune finisce nelle mani del 20% dei grandi operatori intensivi, mentre le piccole aziende che adottano pratiche agroecologiche ricevono poco sostegno, nonostante il loro potenziale di produrre cibo sano e sostenibile tutelando gli ecosistemi agricoli.
Per tutti questi motivi Wwf Italia ha lanciato la petizione nazionale “Basta allevamenti intensivi”, chiedendo al Governo e al Parlamento di adottare misure strutturali volte a fermare il modello intensivo e favorire una transizione verso sistemi estensivi, agroecologici e biologici. Tra le richieste principali, la moratoria immediata sulle nuove autorizzazioni per allevamenti intensivi, riforme della Pac che incentivino pratiche a basso impatto, etichettature trasparenti su carne e derivati e politiche di educazione alimentare per ridurre il consumo di prodotti animali. Fondamentale, infine, è l’approvazione della proposta di legge “Oltre gli allevamenti intensivi”, già presentata in Parlamento da Wwf Italia insieme ad altre associazioni.
Firmare questa petizione significa schierarsi a favore di un modello più equo e sostenibile, capace di coniugare salute, benessere animale e tutela dell’ambiente, contrapponendosi a un sistema produttivo che oggi appare insostenibile sotto ogni punto di vista.



