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Uno sguardo lontano

Pubblicato il
22 Aprile 2019
Maurizio Izzo
DI Maurizio Izzo

Quello che succede in Africa ci riguarda.

La prima volta che sono stato a Johannesburg, una ventina di anni fa, Soweto il ghetto che fu al centro della rivolta antiapartheid, era già a tutti gli effetti una parte della città. Un po’ di mattoni avevano sostituito le lamiere, qualche baracca aveva una finestra, un elementare sistema di strade interne garantiva la circolazione, ma soprattutto la città si era arresa alla presenza di questo disordinato sistema di baracche e lo aveva in qualche modo inglobato. Poco più in là però nuove baracche disegnavano un orizzonte senza fine, chilometri di vite ammassate, una processione continua che portava migliaia di persone ogni giorno a riversarsi verso la metropoli alla ricerca di un esistenza basata sugli scarti di chi è arrivato prima. Quando, per la prima volta le autorità locali decisero di intervenire per fronteggiare questa migrazione lo fecero partendo proprio dagli ultimi arrivati, anzi da quelli che stavano arrivando, riconoscendo così l’assoluta impossibilità di operare in alcun modo per gestire quello che era successo negli anni precedenti. Così una decina di anni dopo la mia prima visita, la periferia di Johannesburg mostrava un insolito paesaggio fatto da collinette artificiali, su cui geometricamente erano state disseminate piazzole composte da una cannella e uno scarico. Quello era l’embrione su cui potevano nascere i nuovi insediamenti, l’acqua e le fogne rappresentavano infatti la primaria soluzione per accogliere i nuovi migranti. Per difendere questi insediamenti ed evitare che fossero presi d’assalto le autorità avevano dispiegato l’esercito. Le armi a difendere le fogne. L’Africa in questi anni è cresciuta soprattutto così, a ridosso della grandi città moltiplicando orizzontalmente gli spazi. Un fenomeno nuovo, senza precedenti a cui non sembra le classi dirigenti africane siano in grado di offrire soluzioni. Anzi, la città africana divora quotidianamente la popolazione rurale senza un piano di sviluppo industriale, senza strategie per l'impiego e l'integrazione sociale. Crescendo la città chiede invece di offrire. Chiede un apporto crescente di derrate alimentari a campagne che sono sempre meno capaci di produrne. La periferia della megalopoli africana è destinata a diventare nei prossimi anni il grande bambino affamato del pianeta, con gli occhi ingordi e la voce piangente sempre rivolti agli aiuti umanitari di un Nord del mondo in stato di costante e strutturale sovrappiù. La sfida del prossimo futuro, per l'equilibrio produttivo e ambientale africano - e direi per le stesse condizioni di vivibilità di un continente che cambia la sua geografia umana a velocità altrove sconosciute - è ridisegnare dalle fondamenta l'architettura sociale, economica, politica della relazione fra mondo urbano e mondo rurale.

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo, giornalista, figlio di un cuoco e padre di un cuoco. Mi sono salvato dalle cucine ma non dalla passione per il cibo. Che mi piace anche raccontare.

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