“Wow wine“ contro “Sangiovese“

In giro per il mondo capita di assaggiare molti di quei vini che amo definire “wow wine”.
Quando ti ci approcci, il percorso è sempre lo stesso: appena metti il naso nel calice non riesci a trattenerti dal dire: “wow!”
Vieni investito da un’opulenza e un’intensità estreme: pepe, prugna, vaniglia, cioccolato, caffe, tabacco, marmellata di more...Poi li assaggi e di nuovo, esplodi in un: “wow!”. Anche in bocca vieni travolto da un’eccezionale intensità, pienezza e potenza. Confettura, legno, frutta matura, e chi più ne ha più ne metta.
Ma gli wow wine, come tutte le esperienze “esagerate”, hanno un problema: arrivare in fondo alla bottiglia. Il primo sorso è wow, il secondo ancora, ma già il terzo sorso inizi a lasciarti “bocca sporca”, troppo stimolata, troppo piena, troppo tutto! Il vino, in poche parole, è stucchevole e pesante. Alla fine, poco piacevole.
Poi c’è il nostro Sangiovese. Se c’è una caratteristica che accomuna molti grandi Sangiovesi toscani è proprio quella di non essere affatto degli “wow wine”. Al contrario, sono vini che al primo assaggio ti disorientano, insinuano nelle tue papille gustative il beneficio del dubbio e della diversità. Sono vini che per essere compresi, richiedono un po’ più di tempo e di attenzione. Parlano bene ma parlano piano e spesso ci raccontano cose affato scontate. Ed è proprio questa caratteristica a renderli unici, complessi, inafferrabili. Si ha vogli di scoprirli con il terzo, quarto, quinto sorso, e ogni volta svelano un po’ del loro piccolo mistero, il loro segreto equilibrio.
È interessante vedere come oggi stia accadendo qualcosa di molto importante a livello internazionale: sempre di più i palati degli Wine Lovers stanno riuscendo ad apprezzare, quindi a cercare, vini meno muscolosi, meno “piacioni”, più vinosi e genuini. È un’evoluzione che non dovremmo sottovalutare, bensì sfruttare al meglio per promuovere la diversità e i nostri grandi Vini.
Marco Baldini





