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Hormuz, petrolio, urea. Che mondo fragile

Pubblicato il
01 Aprile 2026
Maurizio Izzo
DI Maurizio Izzo

A rischio i raccolti e anche una carestia in Africa. Ma perchè?

Degli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz pensavamo di sapere tutto, sono bastati pochi giorni di guerra per vedere schizzare il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile. Sono migliaia ormai le navi ferme nello stretto ma non tutte trasportano greggio. L’Iran in questo momento controlla anche il passaggio di un terzo dei fertilizzanti che l’agricoltura impiega in tutto il mondo. Si calcola che oltre un milione di tonnellate di concimi siano bloccati. Ad attenderli dal Canada all’Australia, dall’India all’Africa sono milioni di coltivatori che quei prodotti hanno sempre usato e che ora si rivelano indispensabili per avere una buona produzione di grano e cereali in genere. Fermi sulle navi sono gli ingredienti che servono a fare quei fertilizzanti, si tratta di zolfo, ammoniaca, urea (un concime ottenuto industrialmente sintetizzando ammoniaca e anidride carbonica ad alta pressione e temperatura). Gli effetti, come per il petrolio, non si sono fatti attendere e prima di tutto hanno fatto schizzare i prezzi saliti mediante del 50%. E poi c’è la carenza, gli impianti di produzione si stanno fermando e ovunque si sta procedendo al razionamento, per alcuni paesi e per alcuni raccolti la situazione è più grave e potrebbe in breve diventare drammatica. È il caso dell’India per la raccolta di riso e poi c’è un vero e proprio rischio carestia nei paesi dell’Africa subsahariana. Tutto questo non può non far riflettere sulla fragilità di un sistema che dipende non solo da condizioni geopolitiche, che, come abbiamo visto, possono mutare in breve tempo, ma anche da una chimica che ha reso l’agricoltura e gli agricoltori schiavi e più poveri. L’agricoltore che oggi si sta svenando per l’acquisto di un concime chimico non ha in questo momento alternative, il terreno che coltiva è talmente impoverito da aver bisogno continuamente di quei fertilizzanti che, soli, sapranno ancora una volta consentire un raccolto. Circa il 50% della produzione alimentare mondiale è legata all'uso di fertilizzanti sintetici.

C’è un’alternativa a questa dipendenza? È quello che stanno spiegando, in questi giorni con ancora più forza, i produttori biologici e biodinamici testimoni di un altro modo di produrre. Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, ricorda come “ il biologico da anni lavora a un'alternativa concreta: puntare sulla circolarità e sulla fertilità naturale del suolo. Attraverso la rotazione delle colture, il compost, l'integrazione tra allevamento e produzione agricola, il sovescio che arricchisce naturalmente il suolo di azoto e di sostanza organica, il bio riduce strutturalmente la dipendenza dai fertilizzanti chimici di sintesi, quasi tutti derivati dal petrolio”. Gli fa eco Andrea Battiata, agronomo, che ha costruito un metodo che non prevede input chimici di sintesi. “Non per ideologia, dice, ma per coerenza con il funzionamento degli ecosistemi. Il suolo non ha bisogno di urea quando è abitato. Il risultato, dice ancora, è che quando i mercati dell'urea impazziscono, i nostri costi di produzione non si muovono. Non siamo immuni a tutto — il gasolio per i trasporti incide, come per chiunque — ma il cuore della fertilità non dipende da nessuno stretto, da nessun contratto a termine, da nessun tanker nel Golfo”.

Voci fuori d al coro che il mondo agricolo e le sue organizzazioni farebbero bene a prendere in considerazione perché il fallimento dell’agricoltura intensiva è sotto gli occhi di tutti e se non bastasse l’aspetto ambientale ora sappiamo che dobbiamo considerare anche quello sociale ed economico. E perché no quello della sovranità alimentare tanto cara al ministro Lollobrigida da apporla al nome stesso del suo ministero. 

 

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo, giornalista, figlio di un cuoco e padre di un cuoco. Mi sono salvato dalle cucine ma non dalla passione per il cibo. Che mi piace anche raccontare.

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