Un caffè all’anno? In crisi climatica la tazzina sta diventando un bene di lusso

Come sostenere le comunità produttrici messe a rischio dal clima che cambia
Il caffè è un rito quotidiano, ma la crisi climatica in corso – legata all’impiego di combustibili fossili, con le relative emissioni di gas serra – sta rendendo sempre più fragile la filiera che porta i chicchi fino alla tazzina: raccolti sotto stress, piante più vulnerabili, prezzi in aumento. Anche per questo l’Assemblea generale dell’Onu ha proclamato il 1° ottobre come Giornata internazionale del caffè, con l’obiettivo di accendere i riflettori sul valore socioeconomico del comparto e sostenere le comunità produttrici, mentre cresce l’urgenza di nuovi investimenti e strategie di adattamento.
L'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) ha accolto con favore la risoluzione, che riconosce la rilevanza culturale, sociale e storica del caffè e il suo ruolo nelle società contemporanee. Il testo collega la filiera anche a diversi Obiettivi di sviluppo sostenibile, dalla lotta alla fame e alla povertà all’empowerment femminile e al lavoro dignitoso. Per il direttore generale Fao, Qu Dongyu, il caffè «è più di una bevanda: è una commodity scambiata globalmente – dal chicco al servizio – che sostiene i mezzi di sussistenza di milioni di famiglie agricole e collega le comunità rurali ai mercati di tutto il mondo».
I numeri descrivono un settore enorme: il consumo pro capite globale è cresciuto dell’1,2% annuo nell’ultimo decennio e la filiera sostiene la vita di circa 25 milioni di agricoltori, generando occupazione lungo tutta la catena del valore. Nel 2024 la produzione mondiale ha superato 11 milioni di tonnellate e circa 8 milioni di tonnellate di chicchi sono state scambiate sui mercati internazionali; il valore della produzione è stimato vicino ai 25 miliardi di dollari, mentre il commercio dei chicchi raggiunge circa 34 miliardi. Per alcuni Paesi a basso reddito l’export di caffè è una fonte cruciale di valuta estera: nel 2024 ha rappresentato il 27,9% delle esportazioni totali di merci in Etiopia, il 20,1% in Uganda e il 19,5% in Burundi.
Ma proprio questa centralità si scontra con il riscaldamento globale. Un’analisi di Climate Central evidenzia che l’aumento delle temperature riduce i raccolti e contribuisce a prezzi più alti per i consumatori. L’impatto non è marginale per un Paese come l’Italia, dove il 97,7% della popolazione beve caffè per circa 95 milioni di tazzine quotidiane.
Il punto tecnico è la soglia dei 30°C: ogni giorno oltre questo limite aumenta lo stress da calore, diminuisce la resa e cresce la vulnerabilità alle malattie. Nei cinque grandi Paesi produttori analizzati – Brasile, Vietnam, Colombia, Etiopia e Indonesia, che forniscono il 75% del caffè mondiale – il caldo “dannoso” si verifica per quasi due mesi all’anno; il Brasile arriva in media a 70 giorni caldi aggiuntivi annui. E non riguarda solo loro: tutti i 25 Paesi produttori considerati (97% della produzione globale) mostrano un aumento del caldo dannoso; in media, ciascun Paese registra 47 giorni aggiuntivi annui che non si sarebbero verificati senza l’inquinamento da combustibili fossili.
Le conseguenze emergono anche dalle parole di chi coltiva. Akshay Dashrath, produttore indiano, ricorda che «il caffè dipende da un delicato equilibrio tra ombra, umidità e tempo di recupero fresco» e che, con il restringersi di questo equilibrio, «adattarsi non è più una scelta». Dall’Etiopia, Dejene Dadi aggiunge che «senza ombreggiatura sufficiente, gli alberi di caffè producono meno chicchi e diventano più vulnerabili alle malattie». Il rischio, quindi, non è solo l’ennesimo rincaro al bar, ma anche la stabilità economica di comunità rurali e Paesi che dipendono dal caffè, con effetti più pesanti per i piccoli produttori.
Per questo la nuova Giornata internazionale punta a diventare una piattaforma di collaborazione e azione lungo tutta la filiera: adattamento climatico, tracciabilità e standard di sostenibilità, mobilitazione di investimenti e sostegno ai redditi agricoli. Perché difendere la tazzina quotidiana significa oggi sostenere chi la rende possibile e accelerare la trasformazione di una filiera sempre più esposta al caldo estremo.





